Sul valore pedagogico dei film di merda

Urban Dictionary – [hate watching]

When the pleasure you get watching something on TV comes from your hatred of it.

Mi capita spesso di guardare e riguardare serie tv e sopratutto film di merda e, coerentemente con la definizione di Urban Dictionary, il piacere che ne traggo si fonda sull’odio che provo nei confronti di quello che guardo. Da un po’ di tempo a questa parte, però, mi diverte far coincidere all’aspetto ludico un cipiglio critico narratologico più serioso ma sempre informale, senza la pretesa di diventare l’Auerbach del b-movie.

Un primo merito che riconosco a questo tipo di analisi è quello di avermi reso più consapevole dei pattern narrativi adottati, seppur con una voce personale ed univoca, da tutti quegli autori che si prodigano in pellicole scadenti. E tra un film e l’altro mi sono convinto del fatto che guardare e analizzare filmacci sia un ottimo modo per imparare a scrivere una buona sceneggiatura, ma non solo prendendo questi film come esempi in negativo di come si debba scrivere.

Partiamo dal presupposto che la narratologia, come la linguistica, è una disciplina descrittiva e non prescrittiva. Infatti in nessun manuale che si rispetti su come si scrive un romanzo, un racconto o una sceneggiatura ci saranno indicazioni metodologiche su cosa fare e come fare, ma verranno descritti i meccanismi ricorrenti nell’articolazione di una narrazione. Il paragone con la linguistica è funzionale: la linguistica non si occupa di come si dice qualcosa, ma descrive perché il parlante adotta quella scelta particolare, anche quando cade in errore; descrive i rapporti sintagmatici e paradigmatici tra parole; esamina il processo trasformazionale della data parola nel corso del tempo, la sua adozione presso una data comunità linguistica ecc. Quello che non fa è prescrivere al parlante una norma, una regola, perché, tra le altre cose, il parlante è in grado di riconoscere da solo se un enunciato è grammaticale (nel senso di grammaticalmente ben costuito) o meno.

Vale lo stesso per la narratologia. Impariamo a riconoscere strutture narrativamente significanti prima ancora di imparare a parlare. Per questo difficilmente un manuale di scrittura o un saggio narratologico attendibile ci informerà su cosa fare e come fare. Un testo celebre e piuttosto mainstream come Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler, ad esempio, che ritengo una lettura interessante ma con meno peso istituzionale dei vari Barthes, Genette e compagnia bella in cui mi sono imbattuto, viene considerato erroneamente un saggio su come si scrive una storia. Tuttavia l’autore stesso precisa che il manuale non è da intendersi come una guida su come scrivere un buon racconto, non indica una ricetta per una narrazione strutturalmente ben costuita, ma descrive pattern, situazioni e meccanismi ricorrenti e riconoscibili in quasi tutte le narrazioni. Il fatto che poi una volta imparato a riconoscere questi meccanismi li si possa padroneggiare per strutturare una buona narrazione è altra cosa.

È bene, prima che lo chiediate, precisare a che tipo di film di merda mi riferisco quando parlo di film di merda che possano giovare all’esercizio della scrittura. Mi riferisco, naturalmente, a film di merda grammaticali: prodotti narrativamente ben costituiti, dotati di struttura narrativa significante, che definisco di merda per aridità di contenuti, ignava e sterile adesione al canone di appartenenza, abbondanza di cliché, inettitudine registica e attoriale. Escludo quindi qualsiasi prodotto in cui, oltre alla mancanza di struttura, sia possibile individuare tutti i difetti di cui sopra. Due esempi che non considero narrazioni di merda valide: per il film, Il giorno di Sacramento di Davide Pompeo (con Ray Sugar Sandro); per la serie, Youtuber$ The Series di Daniele Barbiero. Il primo è un capolavoro di ingenua mediocrità, ascelle sudate e Abruzzo; il secondo è proprio una merda, al netto di ogni metafora. Entrambi, come dicevo, sono esempi di narrazioni che non fanno testo.

Non è difficile trovare un film che faccia al caso della nostra riflessione, l’industria cinematografica si sostanzia perlopiù di questo genere di filmacci contenutisticamente vuoti ma ben costituiti. E vale tanto per l’industria americana quanto per quella italiana, solo che l’italiana mi sembra più concentrata sulla commedia romantica e la storia d’amicizia spensierata mentre quella americana abbraccia equamente anche l’action e il dramma dozzinale.

Tre ottimi esempi, tra i film più brutti che abbia mai visto, sono Fireproof di Alex Kendrick, L’uomo perfetto di Luca Lucini e Troppo belli di Ugo Fabrizi Giordani, ma non escludo che ce ne possano essere di più brutti.

Senza entrare troppo nel merito della trama, Fireproof è la storia di un pompiere pornodipendete in crisi coniugale che riuscirà a ritrovare se stesso e il rapporto con suo moglie attraverso la fede. È anche un film diretto da un regista che, quando non gira, fa il pastore battista. L’uomo perfetto, che nel film è Riccardo Scamarcio, è uno dei tanti ‘film della vergogna’ per l’attore. Una giovane donna in carriera, innamorata da anni dal ragazzo della propria migliore amica, saboterà il rapporto dei due ingaggiando un attore che interpreterà i panni di un uomo che incarna l’ideale di perfezione dell’amica. L’amica si innamora dell’attore, la protagonista va a letto con il ragazzo di cui è stata innamorata per anni, ma poi si rende conto che quest’ultimo non è niente di speciale, mentre davvero speciale è Riccardo Scamarcio, con cui alla fine si fidanza. Troppo belli (che mi piace immaginare utilizzato nelle cliniche di rehab per ex tronisti di Maria de Filippi come ‘cura Costantino’) è un film sulla bromance tra Daniele Interrante e Costantino Vitagliano. I due, partendo dalla periferia milanese, riusciranno dopo essere passati per i lavori più umili ad intraprendere una carriera da attori, consolidando il rapporto con l’altro sesso ma soprattutto col proprio.

La cura Costantino

La cura Costantino

Tre storie diverse, se vogliamo anche molto specifiche, accomunate solo da una cosa: l’assoluta prevedibilità di ogni situazione. Tutti e tre mantengono una rigida struttura in tre atti, e in tutti e tre è possibile riconoscere la maggior parte dei pattern che Vogler descrive nel suo libro. Sinteticamente: mondo ordinario – chiamata all’avventura – rifiuto della chiamata – incontro col mentore – prima soglia – prima prova – avvicinamento alla caverna più profonda – prova centrale – ricompensa – via del ritorno – resurrezione – ritorno con l’elisir. E ancora in tutti e tre, questi pattern, queste situazioni, si presentano nude, nascoste solo da un velo sottilissimo di blanda caratterizzazione dei personaggi, consuetudini registiche e faciloneria tematica.

A che serve dunque il film di merda?

A riconoscere senza alcuna difficoltà i device narrativi. Il film di merda è il prodotto che approsima più di ogni altro la narratologia a una scienza esatta, dove ogni ‘esperimento’ è non solo misurabile ma anche ripetibile. Il film di merda, rispetto a un grande film, offre in tutta la sua inconsapevole impudicizia il lavoro di sceneggiatura denudato. Non c’è distrazione, non c’è caratterizzazione del personaggio che possa sviare, non c’è sofisticatezza registica che possa oscurare la trama: c’è solo la storia, con la sua impalcatura narrativa ben visibile. Non c’è nient’altro. Solo la trama, semplice, prevedibile, lineare. Ben costituita perché alla fine il bilancio delle forze in campo riporta zero. Ma è un esercizio semplice, banale, con cui chiunque ha dimestichezza.

Riconoscere la grammatica narrativa, quindi, è più facile in un film di merda che in un grande film così come è più facile riconoscere la grammatica di un enunciato semplice piuttosto che di un enunciato composto. Forse perché non ci sono funzioni linguistiche extra-referenziali che possano distrarre.

Chi ha letto saggistica sull’argomento, guardando i film citati mi darà ragione. L’esercizio predittivo della trama sarà non solo semplicissimo ma anche istruttivo. “Dunque è così che funziona il rifiuto della chiamata.” Esattamente. E sarà più semplice comprendere il meccanismo perché tutto intorno c’è solo nulla.

Perché ho scelto quei tre film? Perché sono tra i più semplici e tra i più accessibili ad una critica strutturale. O forse perché, per quanto orribili, c’è dietro a ognuno la possibilità di una riflessione extra-narrativa. Troppo belli è storia d’Italia, ad esempio.

L’unica raccomandazione che mi sento di fare, oltre che guardare i film citati, è quella di cercare di riscriverli mentalmente, edulcorarli, guarnirli come esercizio di quanto sono sprovvisti. Partire dall’enunciato semplice per esaminare le possibilità dell’enunciato composto. Alla fine, poi, si scrive meglio.

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