Rust Cohle è un incauto ottimista

[Questo post contiene SPOILER su True Detective]

True Detective S01E08

True Detective S01E08

Rust: “I tell you Marty I been up in that room looking out those windows every night here just thinking, it’s just one story. The oldest. (…) Light versus dark.”

Marty: “Well, I know we ain’t in Alaska, but it appears to me that the dark has a lot more territory.”

(…)

Rust: “Well, once there was only dark. You ask me, the light’s winning.”

Con le battute finali della prima stagione di True Detective il suo creatore, Nic Pizzolatto, ci presenta Rust Cohle per l’incauto ottimista che sotto sotto è sempre stato. Rispetto al Rust da cui siamo stati sedotti nel corso della stagione, quest’uomo sembra irriconoscibile. Il cambiamento sembra radicale. Non è così.

Pizzolatto, a proposito, sostiene che se il pensiero di Rust ha subito un mutamento, non si è spostato di 180 gradi, ribaltandosi, ma di 5. Quel tanto che basta, a mio avviso, per far ritrovare al personaggio un angolo di visuale dal quale la vita, il mondo e la vecchia storia di bene contro male appaiano più rosee.
Sarebbe da sciocchi credere che, in fin dei conti, Rust un po’ ottimista non lo sia sempre stato. Altrimenti non avrebbe avuto senso la dedizione con cui conduceva la sua battaglia contro il male.
E un cambiamento, sottile e significativo, coinvolge anche Marty. Lo ritroviamo allettato in ospedale, circondato dalle donne della sua vita, completamente sincero, nel pianto, riguardo a se stesso. Rust riscopre se stesso e Marty si ritrova. Il genere di sottigliezza con cui Pizzolatto ci ha viziati, insomma.

L’arco trasformazionale dei due protagonisti è straordinario, la scrittura di Pizzolatto è sottile e sicura, fa del labor limae il suo vezzo e della verosimiglianza la sua forza. Di quest’autore, lo avrete capito, mi sono invaghito. Sono bastate otto puntate a farlo entrare nel pantheon dei grandi autori della televisione americana. Vi sembra assurdo equipararlo a David Chase o Vince Gilligan? Niente affatto, mi auguro.

Da entrambi Pizzolatto ha tratto una lezione importante. Dal primo, che lo spessore di un’ottima sceneggiatura sta tutto nella profondità dei personaggi; dal secondo, che l’introspezione, la verosimiglianza e le sottigliezze narrative non devono minare l’intrattenimento. Perché di questo, in fin dei conti, si tratta: intrattenere.

Non ci interessa il fatto che la lezione di Chase viene appresa e quella di Gilligan addirittura superata (Pizzolatto intrattiene, ma lo fa con un’asciuttezza e un’aderenza alla realtà così meticolosa che mi fa sembrare, a posteriori, che in Breaking Bad ci sia del fantastico). Quel che ci interessa è che Pizzolatto abbia appreso dai grandi l’equilibrio tra spessore dei contenuti e spettacolo.

Non tutti sono di questo avviso. Gianmaria Tammaro, ad esempio, scrive per XL che

(…) la trama qui fa solo da spunto: si sa già, prima ancora dell’ultimo episodio, come andrà a finire. Non c’è il massacrante tentativo di tenere il pubblico sulle spine; non c’è una caccia a un mostro spaventoso che si è sempre nascosto alla luce del sole.

Può valere per I Soprano, sicuramente non vale per True Detective. La serie mi da ragione: c’è il twist finale, c’è la caccia al mostro, c’è il tentativo di tenere il pubblico sulle spine. Solo che è tutto così elegantemente fuori dal canone che tutto succede e non ce ne rendiamo conto. Il plot twist, ad esempio, è stato vedere Rust e Marty ancora in vita: la struttura antologica della serie permetteva a Pizzolatto di uccidere chi voleva, e visti i toni della serie e le vicende personali del personaggio, la morte di Rust era parecchio quotata. C’era il mostro. prima con le orecchie verdi e il volto di spaghetti (nella descrizione di una vittima), poi sfregiato, intelligente, folle, gigantesco, forte, sciamanico, ancora più mostruoso nella sua concretezza. Trovarlo inverosimile è un modo per schermirsi dall’orrore, una maniera per proteggere noi stessi dall’eventualità che un personaggio simile esista sul serio. Ma la sua specificità lo rendo umano, ed è per questo che fa tanta paura. C’è infine il tentativo di tenere il pubblico sulle spine. E anche qui l’autore si dimostra all’altezza: la macchina narrativa funziona senza intoppi al punto che, fino alle fine, nulla è scontato. C’è forse chi rimprovera alla serie di non aver svelato tutto sull’organizzazione di Tuttle, e rimane il dubbio sul retaggio storico del culto. Quando ha avuto inizio? Chi l’ha fondato? Comincia e finisce coi Tuttle? Sono scomparsi tutti i membri? L’unica certezza è che Rust e Marty hanno fatto fuori “il peggiore”. A me va bene così. Il realismo della serie sta anche in questo.

Se a True Detective, infine, riconosco un merito, è quello di aver saputo cogliere al meglio il potenziale di una narrazione antologica. Mi sono affezionato più a questi personaggi in otto puntate che ad altri di altre serie in intere stagioni. Come facevano notare su reddit (qui), d’altronde

Ieri, questa stagione di True Detective era una “serie”, con il potenziale di andare avanti all’infinito. Con il finale di questa sera è diventata una storia – completa in se stessa e con le giuste dimensioni per cristallizarsi nel ricordo per molto tempo.

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