Perché Spike Lee ha letto Calvino

(ma l’ha letto male)

Miracolo a Sant’Anna è nella filmografia di Spike Lee un film atipico. Ambientato in Italia durante la Resistenza, il film racconta le vicende intorno all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema dal punto di vista di una truppa alleata afro-americana. In soldoni, è un film di guerra. Più precisamente, un film su vicende specifiche della seconda guerra mondiale. C’è specificità negli eventi narrati (l’eccidio di Sant’Anna, appunto, un avvenimento drammatico ma marginale) e c’è specificità nella focalizzazione degli eventi (il punto di vista è quello di una truppa afro-americana). Siamo di fronte alla piccola storia nella grande storia. Miracolo a Sant’Anna è anche un flop commerciale: costato 45 milioni di dollari non ne ha incassati neanche un terzo in tutto il mondo. E forse per questo è più interessante.

Come consuetudine nella filmografia di Lee, la pellicola denuncia più o meno elegantemente la condizione degli afro-americani negli Stati Uniti, in questo caso bistrattati e ghettizzati nel quotidiano come nella guerra.

Cosa c’entra Calvino?

Guardando il film mi è venuto in mente Il sentiero dei nidi di ragno, romanzo d’esordio di Calvino scritto a 23 anni subito dopo l’esperienza partigiana. Anche questa è una storia di Resistenza.

La vicinanza tra libro e film non è solo tematica, ma anche strutturale, dal punto di vista del device narrativo. Calvino racconta una storia di partigiani da un punto di vista specifico, quello del bambino Pin, orfano e fratello minore di una prostituta che allieta le notti anche dei giovani militari tedeschi. Proprio a uno di questi Pin ruba una pistola, una P38, e per questo finisce in carcere. Dopo la fuga della prigione grazie a un partigiano recluso, si da alla macchia e incontra un gruppo di partigiani, di cui seguirà gli spostamenti e le azioni militari. Il punto di vista è, anche in questo caso, estremamente specifico.

Non è per questo che sono convinto che Spike Lee abbia letto l’opera, naturalmente. La specificità del punto di vista non dimostra nulla. Il motivo per cui sono convinto che il romanzo sia pervenuto a Lee è (oltre per il suo successo commerciale) una questione di approccio alla situazione che si vuole denunciare.

Calvino è un autore straordinario. Era già un autore brillante al momento di scrivere la sua prima opera. Quello che mi piace dell’opera è come viene sostenuta l’intenzione comunicativa, il modo in cui l’autore veicola il messaggio (più che il messaggio stesso). Al momento di scrivere il romanzo, fresco dell’esperienza partigiana, Calvino è combattuto. In estrema sintesi, il panorama intellettuale italiano era diviso tra detrattori e sostenitori dell’esperienza partigiana, tutti accomunati da una certa miopia quanto ad analisi delle vicende. Se sui detrattori non c’è bisogno di pronunciarsi, sui sostenitori qualcosa bisogna dire: era innegabile una certa tendenza all’agiografia, per cui i partigiani erano tutti buonissimi, furbissimi, intelligentissimi. L’onestà intellettuale di Calvino riesce a scontentare entrambe le parti: mette in scena la truppa di partigiani più scalmanata, gretta e rozza che ci potesse essere, con il risultato che rende evidente che i rossi non erano tutti santi, vero, ma erano comunque meglio dei neri. Sintetizzo grossolanamente.

Spike Lee, secondo me, prova a fare lo stesso. C’è la truppa deprecabile, c’è lo sfondo nero del nemico sui cu la morale zoppicante dei protagonisti risulta comunque positiva, c’è anche il ‘fuoco amico’ razzista dei bianchi americani come surplus. Ma ci prova, appunto, e non ci riesce. Perché apprende la lezione di Calvino, comprende le potenzialità del device, si rende conto che il modo migliore di denunciare una determinata situazione è non parlarne ma far sì che i personaggi se ne lamentino a bocca chiusa, nella prassi più che nelle parole, e poi non resiste. Non ce la fa. Non ce la fa a non intervenire, a intromettersi nella storia rubando la bocca ai protagonisti e si lamenta nel film, dal film. L’incanto calviniano si spezza, sparisce, e lascia la denuncia completamente nuda nella sua ineleganza.

Nel momento in cui i protagonisti si lamentano delle condizioni di vita negli Stati Uniti per i fratelli neri, con rabbia, Spike Lee dimostra di essere un autore sì maturo (per la comprensione del device che dimostra fin a quel momento) ma prosaico (per non aver resistito, perché voleva essere chiaro, forse perché disistimando il pubblico riteneva che la denuncia, diversamente, non sarebbe pervenuta).

Ha letto Calvino, insomma, ma l’ha letto male.

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