“Chi ha ucciso Laura Palmer?” – Sempre lui, non è cambiato nulla

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Quali problemi incontrerà Lynch a riaprire un coldcase vecchio di 25 anni?

“You know, this is, excuse me, a damn fine cup of coffee”

Quando ho visto la notizia del ritorno di Twin Peaks sulla mia home di Facebook mi sono chiesto, come tanti, come mai le repliche di uno show di 25 anni fa su uno dei tanti network della tv americana stesse causando tanto entusiasmo. Per quanto adori la serie e la ritenga un cult, tutta quell’emozione mi sembrava esagerata. Ci ho messo un po’ a realizzare che non si trattava di repliche ma di nuove puntate, tutte dirette dallo stesso Lynch e sceneggiate dalla coppia Lynch/Frost. La n0tizia continua a sembrarmi assurda, ma è passato qualche giorno ed è già tempo di pronostici.

Vista in prospettiva, la situazione che il ritorno di Twin Peaks sta creando ha del grottesco. Sono passati 25 anni dalla morte di Laura Palmer, il main plot e i suoi misteri si sono consumati per volontà del network un quarto di secolo fa e non ci resta che qualche potenziale interrogativo, risposte a domande che allora Lynch non ha neanche avuto il tempo di porre. Ricordate il cliffhanger finale? Quello, di fatto, si è risolto un po’ alla buona con le premonizioni contenute nel prequel Fuoco camina con me. C’è da chiedersi perciò cosa resta, quale può essere la trama della nuova stagione se i conflitti importanti si sono risolti tempo addietro.

A mio parere, Lynch si trova di fronte a un groviglio di possibilità infinite. Quanto e come deciderà esplorare un universo narrativo fertile e intricato come quello di Twin Peaks sarà determinante per la riuscita della serie. Il primo fattore da considerare è il fanservice. Se Lynch infatti si è lasciato convincere da Showtime a riprendere il progetto Twin Peaks, è sopratutto perché immagina che la comunità di affezionati (siano fan della prima ora o tv-junkies degli anni ‘10) risponderà con calore al ritorno dello show. Ed è chiaro che laddove l’autore non riprenderà direttamente le storyline dei personaggi storici ci sarà comunque una profusione di omaggi, cameo, riferimenti e inside joke tutti mirati a coccolare i fan. Sarà anche un approccio un po’ mercenario, ma dove non c’è fanservice c’è un Comic Book Guy pronto a inveire ferocemente.

Come sottolineato da Federico Bernocchi (@FedeBBQ) in quest’articolo su Rivista Studio, inoltre

se [Twin Peaks] non sarà come ce lo ricordiamo, non sarà la stessa cosa. Ma se invece sarà come l’abbiamo lasciato, vorrà dire che sarà un piccolo stop per un artista che ha fatto della capacità di lasciarci sempre a bocca aperta la sua fortuna.

Di certo Lynch non è uno sprovveduto, ma riportare in tv una serie di 25 anni fa pone un bel problema anche per lui che, storicamente, si è dimostrato un abilissimo paraculo. Sembra una sciocchezza, ma non è affatto semplice: bisogna attualizzare la serie senza snaturarla, preservarne lo stile e il manierismo senza farla sembrare ridicolmente datata quando paragonata ai nuovi cult à la True Detective.

Twin Peaks, purtroppo e per fortuna, è una serie radicalmente anni ‘90, specchio di un periodo un po’ confuso che ha cercato di esorcizzare il decennio precedente in maniera disorganica, caotica e sopratutto un po’ cafona. Quando Lynch, nella serie, scimmiotta le soap anni ‘80 regalandoci momenti in cui tifare per un incidente in moto di James e Donna, rimarca differenze, racconta il cambiamento dello stile e dei valori dei ‘90 rispetto al decennio precedente, ci suggerisce cosa era la televisione e cosa poteva diventare.

Cosa è diventata oggi, invece, è un altro paio di maniche. Sicuramente Lynch non avrà la voce in capitolo di cui godeva un tempo, quando televisione di qualità era un ossimoro. E mancherà probabilmente quella componente parodica, riflessiva e irritante incarnata dai detestabili James e Donna, la stessa che fa di Twin Peaks una lente d’ingrandimento sui peccati televisivi del periodo.

Ma il problema più grande, a mio modo di vedere, è di natura tematica. Per non perdere se stessa la serie non deve perdere di vista i suoi temi, vale a dire, senza entrare nel dettaglio, il paranormale, l’esoterismo e il noir grottesco. Ma c’è da chiedersi se Bob, oggi, farebbe paura. La risposta ovviamente è no. E non può essere altrimenti, visto che televisivamente parlando in questi 25 anni ci hanno proposto e abbiamo digerito lo stesso polpettone tematico in tutte le salse, al punto che, per interessarci di nuovo, il filone si è dovuto riciclare nelle narrazioni rosa, sia al cinema (mi vengono in mente i vampiri di Twilight e gli zombie di Warm Bodies, accomunati dal produttore) che in televisione (penso alla storia d’amore di un membro del trio di Streghe con un demone, ma non solo).

L’idea di quanto possa essere smaliziato sul tema lo spettatore contemporaneo la da, meglio di qualunque altra serie, Buffy, l’ammazza vampiri: in un memorabile episodio del ‘98, la protagonista affronta un demone che avrebbe portato all’apocalisse. La grammatica di Twin Peaks impone che il confronto con le forze oscure abbia una gestazione lunghissima e un rituale specifico a cui solo pochi fortunati possono accedere; Buffy, al contrario, con estrema nonchalance sfodera un bazooka e con un colpo risolve il problema.

La parodia del male di prodotti come Buffy (che considero un ottimo esempio di tv pop autoriale, di riuscita leggera ma di esecuzione e di intenti tutt’altro che ingenui) ci porta a guardare il tema dell’occulto in tv con una certa scanzonatezza. E in genere, tutte le narrazioni televisive che trovano la propria ragion d’essere nel mistero e fanno un continuo ricorso al cliffhanger non hanno più lo stesso mordente. Di nuovo, come ribadisce Federico Bernocchi nell’articolo citato poco fa,

Siamo abituati alle supercazzole di Lost, ci siamo pure ricaduti con Leftovers (…)

Quale può essere, in questo scenario, un buon punto di partenza?

Top of the Lake è una serie del 2013 girata e ambientata interamente in nuova Zelanda. Per chi ha visto Twin Peaks, è innegabile che Top of the Lake cerchi di raccoglierne e reintrepretarne l’eredità. Le somiglianze con la serie di Lynch sono evidenti almeno a livello di atmosfera generale, la vibrazione nell’aria è la stessa, ma quest’universo narrativo rifiuta il paranormale e il suo dramma è un dramma atrocemente umano, senza giustificazioni paranormali alla prassi del Male. Verosimiglianza, introspezione e solo il leggero sospetto che la detective story del(la) protagonista (una splendida Elisabeth Moss, la Peggy di Mad Men) abbia un che di soprannaturale.

Parlare di forze del male come una volta oggi sarebbe fuori luogo, insomma. Ma questo, probabilmente, Lynch lo sa già. E in ogni caso, ha ancora un anno per meditarci su, al netto di ogni metafora.

 
 
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Oltre il Creatore, i pupazzi e la barba di Russel Crowe

Ho guardato Noah senza la pretesa che fosse l’ennesimo capolavoro “del maestro Aronofsky” e così è stato: Noah non è l’ennesimo capolavoro “del maestro Aronofsky”.

Mi piacerebbe dire, per cominciare, che Noah è il film meno aronofskyano del regista newyorkese, ma sono troppo pudico e troppo codardo per utilizzare aronofskyano in un enunciato che non sia autoreferenziale.

Dirò quindi che il linguaggio di Aronofsky è riconoscibile, per come lo conosciamo, solo in un paio di sequenze sulla nascita dell’universo e sulla creazione dell’uomo in cui ho trovato fin troppo facile abbandonarmi a generosissime epifanie e a speculazioni sul parallelismo tra la meravigliosa onnipotenza del Creatore e quella del narratore/creatore di un universo narrativo (e altre banalità sulla straordinarietà dello storytelling come esperienza). Si tratta di sequenze evocative, brillanti, girate meravigliosamente, durante le quali è facile capire di cosa volesse parlare Aronofsky quando si è messo in testa di fare un film sull’arca di Noè. Il resto del film è quasi un pretesto, ma sfortunatamente, il primo motivo per cui il film non non convince del tutto è che questo pretesto, questa cornice, dura più di 130 minuti.

Degli altri problemi di Noah protremmo fare una lunga lista: una scelta di casting troppo orientata al blockbuster; la computer grafica un po’ raffazzonata dei pupazzi, oltre che i pupazzi di per sè (giustamente taciuti dal trailer); i costumi à la Waterworld; un linguaggio stucchevole quando eccede col fantasy.

Ma la cosa che più mi ha infastidito, a caldo, è la pedanteria con cui Aronofsky ha confezionato il racconto. L’unica nota di merito è che una trappola per orsi funge da pistola di Chekhov, ma per il resto la sceneggiatura è tutt’altro che brillante, talmente puntuale nel lavoro di semina e raccolta e nel rispetto delle tempistiche che risulta pedante. Narrativamente Aronofsky ha preferito non osare e il risultato è una storia solida, lineare, una botte di ferro strutturale che assicura la fruibilità del film al pubblico ingenuo ma chiude ermeticamente, quasi le tenesse sottovuoto, tutte le nobili riflessioni sul rapporto tra uomo e Creatore. Il pubblico più esigente – non ho ancora capito se a torto o a ragione – può sentirsi un po’ messo in disparte.

Ma alla fine, chi vuole vedere nel film l’acume del “maestro Aronofsky” ci riesce, perdonando all’autore qualche leggerezza. Se l’esercizio narrativo può ridursi a questione di aritmetica delle forze messe in campo, Aronofsky risolve tutto nel modo più sicuro e meno brillante, ma è anche vero che, con un po’ di accondiscendenza, di un film atipico come Noah si può rimanere affascinati.

Per quanto nobile fosse il messaggio, insomma, il risultato è modesto, ma forse la sintesi tra argomento biblico e linguaggio pop, per sua stessa natura, conturba, fa pensare e alla fine non convince mai.

Ho letto il libro, comunque. Il film è meglio.

Sul valore pedagogico dei film di merda

Urban Dictionary – [hate watching]

When the pleasure you get watching something on TV comes from your hatred of it.

Mi capita spesso di guardare e riguardare serie tv e sopratutto film di merda e, coerentemente con la definizione di Urban Dictionary, il piacere che ne traggo si fonda sull’odio che provo nei confronti di quello che guardo. Da un po’ di tempo a questa parte, però, mi diverte far coincidere all’aspetto ludico un cipiglio critico narratologico più serioso ma sempre informale, senza la pretesa di diventare l’Auerbach del b-movie.

Un primo merito che riconosco a questo tipo di analisi è quello di avermi reso più consapevole dei pattern narrativi adottati, seppur con una voce personale ed univoca, da tutti quegli autori che si prodigano in pellicole scadenti. E tra un film e l’altro mi sono convinto del fatto che guardare e analizzare filmacci sia un ottimo modo per imparare a scrivere una buona sceneggiatura, ma non solo prendendo questi film come esempi in negativo di come si debba scrivere.

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Rust Cohle è un incauto ottimista

[Questo post contiene SPOILER su True Detective]

True Detective S01E08

True Detective S01E08

Rust: “I tell you Marty I been up in that room looking out those windows every night here just thinking, it’s just one story. The oldest. (…) Light versus dark.”

Marty: “Well, I know we ain’t in Alaska, but it appears to me that the dark has a lot more territory.”

(…)

Rust: “Well, once there was only dark. You ask me, the light’s winning.”

Con le battute finali della prima stagione di True Detective il suo creatore, Nic Pizzolatto, ci presenta Rust Cohle per l’incauto ottimista che sotto sotto è sempre stato. Rispetto al Rust da cui siamo stati sedotti nel corso della stagione, quest’uomo sembra irriconoscibile. Il cambiamento sembra radicale. Non è così.

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“La Grande Bruttezza”

Il pezzo più onesto su La Grande Bellezza di Sorrentino l’ha scritto Filippo Facci. Il titolo, “La Grande Bruttezza”, è ingannevole, il film a Facci è piaciuto. Solo che Facci, che è una persona intellettualmente onesta, non può esimersi dal sottolineare come a tanti il film sia piaciuto per i motivi sbagliati. Io il film l’ho adorato, solo al cinema l’ho visto due volte. Non fraintendetemi e non fraintendete il giornalista. Buona lettura. 

Ho conosciuto Paolo Sorrentino in una dimensione che ha contribuito all’equivoco: una serata a casa di Roberto D’Agostino e della moglie Anna Federici, ovviamente a Roma, sulla loro terrazza che si affaccia sulle anse del Tevere e si offre pienamente alla Grande Bellezza. Parlammo dei suoi film e di cose varie. Sorrentino era lì dichiaratamente per cercare e studiare atmosfere che potessero essere utili al suo film, e che, come ora è evidente, non trovò o forse non volle utilizzare. Era nel posto migliore per coglierle, per carpirne dialoghi e spirito: ma non lo fece. L’unica spiegazione del resto è questa: che Paolo Sorrentino non abbia minimamente tentato di fare il film che tutti pensano abbia tentato di fare, o pensano che volesse fare. Niente «Dolce vita» in versione aggiornata, per capirci. Continue reading

Il paradosso di Farnsworth

In un episodio di Futurama1 il prof. Farnsworth inventa una serie di scatole contenenti ciascuna un universo parallelo. Dei tanti universi che il prof. scopre ce n’è uno identico in tutto e per tutto al proprio salvo che per piccole differenze estetiche e cromatiche. Ogni personaggio del primo universo (chiamato nella puntata ‘Universo A’) ha un corrispettivo nel secondo (chiamato invece ‘Universo 1’, per non essere da meno). Precisazione non trascurabile, per passare da un universo all’altro bisogna saltare nelle rispettive scatole.

I due prof. Farnsworth sono quindi in possesso dei reciproci universi, in formato scatola, e decidono di comune accordo di scambiarsele, diciamo così, come misura cautelare.

Lo scambio ha dell’inenarrabile, ma se avete visto la puntata non farete difficoltà a seguirmi. Ognuno infila il braccio nella scatola contenente l’universo altrui, quindi – con il braccio ormai nell’altro universo – afferra la scatola del proprio e la tira via, riportando la scatola contenente il proprio universo, per l’appunto, nel proprio universo.

Il paradosso è evidente. I due universi prima si contengono reciprocamente, si intersecano in un non luogo al di fuori della logica, e quindi si separano, senza però essersi mai incontrati. Ciò che rimane è la vertigine del paradosso, il brivido della sfida alla logica vinta con la risata e la sensazione di aver assistito a una delle puntate di Futurama più brillanti di sempre.

Dove voglio arrivare? Io credo che per serie come House of Cards e True Detective succeda lo stesso. I due universi sono televisione e cinema. E lo stesso è pure il brivido, la vertigine, la consapevolezza di essere di fronte a una compenetrazione di universi che non si incontrano, ma si comprendono a vicenda, si scambiano l’un l’altro qualità e spessore e saltano l’uno al posto dell’altro, poi l’uno nell’altro, ma tutto alla fine rimane lo stesso. Ogni universo rimane distinto.

Eppure uno scambio c’è stato.

1. The Farnsworth Paradox, S04E10

Perché Spike Lee ha letto Calvino

(ma l’ha letto male)

Miracolo a Sant’Anna è nella filmografia di Spike Lee un film atipico. Ambientato in Italia durante la Resistenza, il film racconta le vicende intorno all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema dal punto di vista di una truppa alleata afro-americana. In soldoni, è un film di guerra. Più precisamente, un film su vicende specifiche della seconda guerra mondiale. C’è specificità negli eventi narrati (l’eccidio di Sant’Anna, appunto, un avvenimento drammatico ma marginale) e c’è specificità nella focalizzazione degli eventi (il punto di vista è quello di una truppa afro-americana). Siamo di fronte alla piccola storia nella grande storia. Miracolo a Sant’Anna è anche un flop commerciale: costato 45 milioni di dollari non ne ha incassati neanche un terzo in tutto il mondo. E forse per questo è più interessante.

Come consuetudine nella filmografia di Lee, la pellicola denuncia più o meno elegantemente la condizione degli afro-americani negli Stati Uniti, in questo caso bistrattati e ghettizzati nel quotidiano come nella guerra.

Cosa c’entra Calvino? Continue reading